come un lampo

Ci sono cani che non si lasciano raccontare con le parole della trasformazione. Cani che, nonostante anni di lavoro, di relazione, di compromessi pazienti, restano fedeli a un modo di stare nel mondo che precede qualsiasi intervento.

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Ci sono cani che non si lasciano raccontare con le parole della trasformazione. Cani che, nonostante anni di lavoro, di relazione, di compromessi pazienti, restano fedeli a un modo di stare nel mondo che precede qualsiasi intervento.

Brunori lo dice con la leggerezza ironica di chi sa colpire duro senza alzare la voce. Ma quella frase, così infilata in mezzo a una canzone che parla di vegani, centri commerciali e baci davanti al messo comunale, è una di quelle che ti restano conficcate. Perché è vera. E io me ne sono ricordato qualche giorno fa, mentre tenevo tra le braccia il mio amico che moriva.

Un fulmine scarica energia elettrica tra cielo e terra in pochi millesimi di secondo. La luce viaggia a una velocità tale che i nostri occhi la colgono come un istante unico; il tuono arriva dopo, a volte molto dopo, ed è solo il residuo acustico di qualcosa che è già interamente accaduto. L’aria si è spaccata, le particelle si sono riorganizzate, l’energia si è dissipata, e noi stiamo ancora elaborando il bagliore. 

Il tuono non è l’evento: è l’eco di un evento che non abbiamo avuto alcuna possibilità di intercettare, contenere. Quando lo sentiamo, è già tardi per qualsiasi cosa che non sia registrare il fatto che è successo.

Questa sproporzione tra la velocità di un fenomeno e la nostra capacità di stargli dietro non è esclusiva della fisica atmosferica. 

La si ritrova, con una precisione che ha qualcosa di elegante, in molte forme di vita animale, laddove l’evoluzione ha perfezionato la reattività fino a farne un meccanismo quasi inafferrabile. Un gatto domestico, nutrito, accudito, senza alcun bisogno alimentare da soddisfare, vede comparire un topo ai margini del proprio campo visivo: la zampa parte prima che qualunque osservatore possa distinguere l’intenzione dal gesto. 

Non c’è fame, non c’è calcolo, non c’è decisione nel senso in cui noi la intendiamo; c’è uno stimolo visivo che accende una catena emotiva e motoria già predisposta, e il risultato è un’azione che si compie in un tempo nel quale un essere umano non avrebbe ancora finito di formulare il pensiero “sta succedendo qualcosa”. Il gatto può giocare con la preda, può ucciderla, può lasciarla andare, ma il momento dell’attivazione, quell’istante in cui il sistema nervoso traduce percezione in movimento, è già avvenuto prima che qualsiasi filtro possa intervenire.

C’è un animale che porta questo principio a un grado di raffinatezza quasi commovente: la talpa dal naso stellato, Condylura cristata, un piccolo mammifero il cui muso è coronato da ventidue appendici tattili disposte a raggiera, ricoperte da circa centomila recettori sensoriali. Quei tentacoli non vedono, non annusano: toccano, e nel tocco costruiscono una mappa istantanea di ciò che hanno davanti, forma, consistenza, commestibilità. Quando una di quelle appendici incontra qualcosa che rientra nella categoria “cibo”, la reazione avviene in circa centoventi millisecondi, un tempo talmente breve da farne il mammifero più veloce al mondo nell’identificare e catturare una preda. È un capolavoro di nicchia ecologica, il risultato di milioni di anni di pressione selettiva che ha forgiato un organismo la cui sopravvivenza dipende interamente dalla velocità con cui riesce a leggere il mondo e a rispondere.

Ma c’è una differenza importante tra la reattività perfezionata di una talpa dal naso stellato e la reattività di un cane come Lampo. 

La talpa è il prodotto limpido di un’evoluzione specializzata: ogni millisecondo guadagnato nella risposta tattile corrisponde a un vantaggio riproduttivo accumulato nel tempo, in un ambiente stabile e prevedibile. 

Lampo, no. Lampo è un cane che si apre la portiera della macchina e si getta fuori prima che l’umano abbia finito di aprire, senza guardare dove va, senza valutare chi c’è, senza distinguere se il cane che ha davanti è a trenta metri o a tre, se è al guinzaglio o libero, se è solo o in un gruppo, se è tranquillo o teso. 

Lampo va. Punto. 

La velocità con cui il suo corpo traduce la percezione in azione è tale che qualsiasi tentativo di intervento umano arriva invariabilmente in ritardo, come il tuono dopo il lampo: noi stiamo ancora cercando di capire cosa ha visto, e lui è già là.

Lampo è un cane che è stato abbandonato due volte. La prima da qualcuno di cui non sappiamo nulla; la seconda da una famiglia che evidentemente non è riuscita a gestire ciò che aveva davanti. È finito in un rifugio, è stato adottato di nuovo, è stato nuovamente restituito, e poi finalmente accolto dalla famiglia con cui vive oggi, che lo segue da anni, che lo ama, che ha investito tempo, energia. Pensare che quel doppio abbandono, quei primi mesi o anni di vita, di cui possiamo solo fare ipotesi: una madre inadeguata forse, una separazione troppo precoce dai fratelli, un ambiente privo di riferimenti stabili,  non abbiano contribuito a costruire il sistema con cui oggi Lampo guarda il mondo sarebbe ingenuo. La storia di un cane non è un aneddoto che si può mettere tra parentesi: è il terreno su cui si è formato ogni schema percettivo, ogni soglia emotiva, ogni modalità di risposta. Non si tratta di cercare la causa singola, il trauma originario che spiegherebbe tutto; si tratta di riconoscere che un cane arriva al presente portando con sé l’intero peso di ciò che ha attraversato, e che quel peso si manifesta nei tempi con cui reagisce, come si attivano le sue risposte, nella distanza, o nell’assenza di distanza tra stimolo e azione.

La reattività di Lampo non è predazione raffinata, non è specializzazione ecologica, non è un meccanismo evolutivo levigato da milioni di anni. È qualcosa di diverso, e forse di più comune di quanto si pensi. 

È una configurazione emotiva e comportamentale in cui lo stimolo, un cane che appare, una porta che si apre, un movimento improvviso, accende un’emozione e quell’emozione si traduce in comportamento prima che qualsiasi forma di elaborazione possa frapporsi. Lo schema è semplice nella sua struttura, ma le sue implicazioni sono enormi: significa che il cane opera in una finestra temporale nella quale noi non esistiamo come interlocutori. 

Nel secondo, nel secondo e mezzo in cui tutto si compie — percezione, attivazione emotiva, risposta motoria — noi umani non riusciamo a fare letteralmente nulla. Non un richiamo, non un gesto, non un pensiero compiuto. Siamo spettatori di qualcosa che è già avvenuto, esattamente come siamo spettatori del fulmine.

Cani con queste caratteristiche non sono rari. Si incontrano tra i terrier selezionati per generazioni sulla velocità di reazione, tra i cani che hanno trascorso periodi significativi in canile e hanno sviluppato iperattivazione come strategia di sopravvivenza, tra quelli che hanno avuto socializzazioni povere o inadeguate, tra quelli la cui base emotiva è fatta di insicurezza e paura. E vivere con un cane così non è semplice. Non è semplice perché la fiducia, quella fiducia rilassata che permette di aprire una porta senza pensarci, di passeggiare senza anticipare costantemente il prossimo stimolo, di incontrare un altro cane senza irrigidirsi, quella fiducia con questi cani non si raggiunge mai del tutto. Si vive in una condizione di vigilanza permanente, che è faticosa, che logora, che produce una frustrazione legittima.

Capisco le persone che, dopo mesi o anni di questa fatica, finiscono per non liberare più il cane, per ridurre le uscite, per evitare qualsiasi situazione che potrebbe innescare la reazione. Capisco la tentazione di chiudere, isolare, contenere con la forza. Capisco la frustrazione. E dico con altrettanta chiarezza che il collare a strozzo, le punizioni fisiche, l’isolamento, la privazione di esperienze sociali non sono soluzioni: sono amplificatori del problema che è già costruito su soglie emotive basse e risposte compresse. 

Ma capire che una strada è sbagliata non rende automaticamente più facile percorrere quella giusta, e sarebbe disonesto negare che la convivenza con certi cani comporti una fatica reale, quotidiana.

Lampo è fortunato: ha una famiglia che lo ama, che non lo abbandonerà, che continua a lavorare con lui. Ma dopo anni di questo lavoro, dopo tutti i cambiamenti, i compromessi, le strategie, le piccole e grandi conquiste, Lampo resta un cane che, se non viene attivamente contenuto, va. 

Va dai cani, va dalle persone, va verso qualsiasi cosa il suo sistema emotivo identifichi come stimolo sufficiente, con la stessa velocità e la stessa assenza di filtri di sempre. Se gli si chiede di non andare, molte volte non va. Ma se nessuno glielo chiede, se il guinzaglio è lento, se la portiera è aperta, se l’attenzione cala per un istante, il pattern si attiva identico a come si attivava il primo giorno.

E qui sta il punto che voglio raggiungere, senza moralismi e senza consolazioni. Esistono cani il cui sistema di pensiero si è formato in un periodo della loro vita in cui noi non c’eravamo, in condizioni che non abbiamo scelto e che non possiamo ricostruire se non per ipotesi. Quel sistema, quando il cane arriva a noi già formato, a un anno, a due, a tre, non è una superficie da riscrivere: è un’architettura consolidata, con le sue logiche interne, le sue coerenze, i suoi automatismi. Possiamo introdurre nuovi strumenti, nuove esperienze, nuovi riferimenti relazionali; possiamo lavorare su alcune variabili, in alcuni contesti, con alcuni stimoli. Ma pensare di modificare l’intero sistema, di trasformare un cane reattivo in un cane riflessivo, di riscrivere il modo in cui il suo cervello traduce percezione in azione, in molti casi, non accade. 

Non perché il lavoro sia stato insufficiente, non perché la famiglia abbia sbagliato, non perché il cane sia difettoso. Semplicemente perché certi modi di funzionare, una volta consolidati, diventano la struttura stessa attraverso cui quel cane è nel mondo, e quella struttura non si smonta.

Non c’è sempre un lieto fine. Non c’è sempre il momento in cui il cane “finalmente ha capito”, la passeggiata serena senza pensieri, il racconto trionfale da condividere. 

Ci sono cani con cui il risultato più onesto è un compromesso ampio, intelligente, fatto di attenzione costante e di concessioni calibrate: lasciarlo andare quando si può, sapendo che non farà danni gravi anche se farà qualcosa che non avremmo scelto; tenerlo quando il contesto lo richiede, sapendo che la contenzione non è fallimento ma responsabilità. 

Lampo non è sbagliato. 

Lampo è un cane che funziona in un modo preciso, coerente con la propria storia e con la propria struttura, e il compito di chi vive con lui non è correggerlo, ma trovare il punto di equilibrio tra ciò che lui è e ciò che il mondo intorno richiede.

 Che è, a ben vedere, un compito che non riguarda solo i cani.

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Glossario Meditativo

Alcune parole per sostare, non per correre oltre.

reattività

Non è aggressività, non è cattiveria, non è scelta. È la misura del tempo che intercorre tra uno stimolo e una risposta, e quando quel tempo si comprime fino a scomparire, non resta spazio per nulla che assomigli a una decisione.

soglia

Il livello di stimolazione oltre il quale un sistema si attiva. Nei cani come Lampo, la soglia è così bassa che il mondo intero diventa un potenziale innesco.

sistema consolidato

Un insieme di modalità percettive, emotive e comportamentali che si sono strutturate nel tempo fino a diventare il modo stesso in cui un individuo funziona. Non è un’abitudine da correggere: è un’architettura da riconoscere.

compromesso

Non una resa, non una rinuncia. La forma più matura della relazione con ciò che non possiamo cambiare: trovare il punto in cui convivenza e rispetto coesistono senza illusioni.

frustrazione

L’emozione che nasce dalla distanza tra ciò che vorremmo ottenere e ciò che è realmente possibile. Negarla non la elimina; riconoscerla è il primo passo per non trasformarla in violenza.

Suggerimenti alla lettura

Ed Yong - Un mondo immenso. Come i sensi degli animali rivelano i regni nascosti intorno a noi

Yong costruisce un viaggio attraverso le bolle sensoriali delle diverse specie — dal coccodrillo alla tartaruga, dal pipistrello al cane — mostrando quanto il modo in cui un animale percepisce il mondo determini il modo in cui vi risponde.

Temple Grandin - La macchina degli abbracci. Parlare con gli animali

Grandin, che pensa per immagini e non per parole, ha costruito un'intera carriera sulla capacità di percepire il mondo come lo percepiscono gli animali — non per empatia romantica, ma per affinità neurologica.

Jaak Panksepp e Lucy Biven - Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane

Panksepp identifica sette sistemi emotivi di base che originano dalle zone più antiche del cervello e che accomunano tutti i mammiferi. Leggere questo libro significa comprendere che le emozioni non sono ornamenti della coscienza ma architetture profonde, formatesi in milioni di anni, che determinano il comportamento prima e al di sotto di qualsiasi pensiero consapevole.

AUTORE

federico

Chi sono

Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.

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