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C’è una cosa che nessuno ti dice quando inizi a fare mindfulness: che è difficile. Non difficile come scalare una montagna o imparare una lingua, difficile in un modo più sottile e più imbarazzante.
E io me ne sono ricordato qualche giorno fa, mentre tenevo tra le braccia il mio amico che moriva.
La prima cosa che si scopre, praticando la mindfulness, è che la mente non collabora. Non lo fa la sera, quando la giornata ha lasciato addosso il suo peso e non lo fa la mattina, quando il corpo è ancora mezzo addormentato, la differenza tra sentire il tallone destro e il tallone sinistro sembra un esercizio oscuro e vagamente ridicolo.
La mente viaggia. Torna. Riparte. Giudica.
E poi giudica il fatto di aver giudicato.
È qui che la pratica diventa davvero interessante, e anche davvero scomoda: perché il mondo in cui viviamo, questo mondo occidentale saturo di stimoli, di notifiche, di aspettative di rendimento , non ci ha addestrati alla presenza. Ci ha addestrati alla prestazione. Ci ha insegnato che il valore di un’azione si misura nel risultato, che il tempo vale se produce qualcosa, che persino il riposo deve essere efficiente.
La mindfulness arriva in questo contesto e chiede esattamente il contrario: chiede che tu stia, senza produrre, senza concludere.
È una richiesta profondamente controcorrente e il fastidio che genera non è debolezza personale: è il segnale di quanto siamo stati modellati da una cultura che non sa stare.
C’è poi un livello ulteriore: l’assenza di giudizio.
Non giudicarsi perché la mente è andata altrove. Non giudicarsi perché non si sente niente, o perché si sente la cosa sbagliata, o perché ci si addormenta, o perché si è ancora in modalità performativa mentre si dovrebbe essere in modalità ricettiva.
Accettare che non riesci a concentrarti è già una forma di concentrazione; riconoscere che non senti è già una forma di sentire. Ma arrivarci non è semplice, e nessuno dovrebbe fingere che lo sia.
È in questo percorso che ho cominciato a chiedermi cosa percepissero i cani di tutto questo. Non in senso metaforico, ma in senso etologico: cosa succede, nella relazione, quando una persona inizia a lavorare sulla propria presenza?
E soprattutto: quel concetto di qui e ora che la mindfulness sbandiera come una promessa, dove abita davvero? È davvero così onnipresente nei cani come tendiamo a credere?
Passo una media di dodici, tredici ore al giorno con i cani. Li osservo, li accompagno, li leggo. E quello che vedo non è un’esistenza perennemente radicata nel presente.
Conosco cani che durante il gioco perdono le coordinate del proprio corpo, che non percepiscono più la distanza dagli altri, che non registrano le variabili ambientali, che sembrano usciti da se stessi.
Cani in situazioni di disagio che non hanno accesso consapevole a ciò che stanno vivendo. Il qui e ora del cane non è uno stato permanente: è qualcosa che emerge e svanisce, come accade a noi, secondo ritmi e condizioni che dipendono dalla storia di quell’animale, dal suo sistema nervoso, dal contesto relazionale in cui si trova. Dire che il cane è naturalmente presente è una semplificazione romantica che non rende giustizia né alla complessità del cane né alla reale difficoltà della presenza.
Eppure qualcosa di vero c’è, in quel l’intuizione.
Non si tratta di allineamento mistico, non si tratta di diventare zen per avere un cane zen. Si tratta di qualcosa di più preciso e più interessante: si tratta di disponibilità. La mindfulness, almeno così l’ho capita io, non produce presenza come si produce un oggetto.
Apre le condizioni perché la presenza diventi possibile.
Sentire il proprio corpo significa diventare familiari con le sensazioni; e diventare familiari con le proprie sensazioni significa iniziare a riconoscere anche quelle degli altri. Non per proiezione, non per analogia sentimentale, ma per una forma di attenzione che si è affinata lavorando su se stessi.
Penso ai cani iperattivi, a quei cani che vivono in una sorta di sovraccarico permanente, sempre in risposta, sempre in reazione. Un intervento educativo è necessario, certo, con la metodologia giusta, gli obiettivi chiari, il rispetto per quell’individuo specifico. Ma al netto di questo, mi chiedo se la qualità della presenza di chi sta con loro non abbia un peso. Non nel senso che la mia calma li calma per magia, ma nel senso che una persona che ha imparato a stare genera uno spazio diverso, meno saturo, meno pressante. Una comunicazione meno carica.
La presenza, allora, non è uno stato. È una disponibilità.
Possibilità di connessione dove prima non c’era, occupare lo spazio in modo diverso, con più ascolto, con una qualità di attenzione che il cane coglie e da cui trae nutrimento, come qualsiasi essere vivente sensibile.
E la mindfulness, in tutto questo, non è una soluzione.
Non è la panacea, non è la chiave universale, non è ciò che trasforma un educatore mediocre in uno straordinario.
È uno dei tanti tasselli, uno dei tanti mattoncini di un lavoro su se stessi che non finisce mai. Un tassello che mi interessa, perché lavora esattamente sul confine tra il sentire se stessi e il sentire l’altro.
Quel confine, nella relazione con i cani, è il luogo dove tutto accade.
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Non uno stato di grazia da raggiungere, ma una disponibilità che si costruisce. Essere presenti non significa svuotare la mente: significa accorgersi di dove la mente è andata, e scegliere di tornare
La postura che precede la connessione. Non fare spazio all’altro per gentilezza, ma perché ci si è svuotati abbastanza da poterlo davvero vedere, senza proiettare, senza anticipare, senza correggere.
Ciò che si crea quando la presenza incontra la disponibilità. Non un risultato, non un obiettivo: un’apertura. La possibilità non si ottiene, si prepara.
Il contrario esatto di ciò che la mindfulness chiede. La prestazione misura, valuta, confronta; la mindfulness sospende il giudizio. Riconoscere la propria modalità performativa è già un atto di presenza.
Un’espressione abusata che rischia di diventare uno slogan. Il presente non è una conquista stabile: è un’approssimazione continua, valida per i cani come per noi. La domanda non è come essere nel presente, ma cosa ci impedisce di esserci.
Safina osserva elefanti, lupi e orche con rigore scientifico e sensibilità narrativa rare. Ciò che emerge smonta l'immagine degli animali come esseri perennemente presenti e sereni: la loro vita interiore è complessa, non riducibile a nessuna formula. Un correttivo necessario a certe idealizzazioni sul qui e ora animale.
Scritto per genitori ed educatori, esplora come la consapevolezza di sé di un adulto influenzi profondamente la qualità della relazione con chi ha in cura. Sostituendo "bambino" con "cane", molte delle intuizioni restano sorprendentemente valide.
Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.