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Brunori lo dice con la leggerezza ironica di chi sa colpire duro senza alzare la voce. Ma quella frase, così infilata in mezzo a una canzone che parla di vegani, centri commerciali e baci davanti al messo comunale, è una di quelle che ti restano conficcate. Perché è vera.
E io me ne sono ricordato qualche giorno fa, mentre tenevo tra le braccia il mio amico che moriva.
Eravamo a metà passeggiata quando si è fermato.
Non era normale. L’ho capito subito, nel modo in cui lo capisci quando conosci qualcuno da anni, prima ancora di avere le parole per dirlo. Ha cominciato a camminare all’indietro. Un momento di disagio, forse.
L’ho raggiunto. Ho fatto in tempo a prenderlo tra le braccia, ad appoggiarlo a terra.
I suoi occhi erano già vetri. Non riflettevano più niente. E lui non respirava già più.
Ho provato la respirazione. Ho provato il massaggio cardiaco. Ho fatto quello che si fa, quello che si deve fare. Ma in pochi secondi l’ho sentito rilasciarsi e mi sono fermato.
Ho preso atto.
Niente di tutto questo è semplice. Neanche dirlo.
Ho perso un amico. Qualcuno a cui volevo profondamente bene. Un cane. E l’ho perso in meno di un minuto, con una velocità così brutale che non ho avuto nemmeno il tempo di salutarlo.
Un incidente. A tutti gli effetti. Come se fosse stato preso da una macchina attraversando la strada. Come quando un amico cade dal marciapiede, inciampa, batte la testa e non c’è niente da fare, nessun margine, nessuna possibilità di essere lì nel modo giusto.
La morte improvvisa non avvisa. Non ti prepara. Non ti dà la scena del commiato che hai immaginato mille volte senza saperlo.
E allora ogni mattina mi sveglio e per un secondo penso che sia stato un sogno. Che forse posso ancora andargli incontro. Poi mi ricordo ed è ogni volta un colpo nuovo.
Ma c’è qualcosa che rende tutto ancora più difficile.
Viviamo in una società che nasconde i morti. Che non vuole invecchiare, che non vuole morire, che rifugge tutto ciò che ricorda la fine. I morti vengono tolti dalla vista in fretta. Il lutto viene compresso, privatizzato, sbrigato. E ci viene insegnato fin da piccoli che piangere è debolezza, che stare male è sconveniente.
Brunori aveva ragione. Questo imperativo di rimuovere il dolore è una delle cose più spaventose del mondo in cui viviamo.
Perché quando arriva un lutto improvviso, un incidente, una morte fulminea, qualcuno che ti lascia senza salutarti, non hai nemmeno gli strumenti culturali per starci dentro. Non sai come si fa. Nessuno te l’ha insegnato. E allora non si riesce ad elaborare: come qualcosa che resta incompiuto e la mente continua a girare e rigirare senza trovare soluzione.
E’ una settimana che mi alzo a fatica. Che non ho voce, non ho fiato, non ho voglia. Sono stanco anche fisicamente, perché la mente lavora anche quando il corpo vorrebbe riposare.
Cerca un addio che non c’è stato.
E allora cosa si fa?
Forse la risposta è semplice e scomoda insieme: si soffre. Si piange. Si ascolta il vuoto. Si smette di resistere come se tutto questo fosse un nemico da sconfiggere e si comincia a trattarlo per quello che è: la misura di quanto si è amato.
Questo cane era stato destinato al canile. Era tornato tra noi con una forza che pochi esseri hanno. Aveva insegnato a chiunque gli stesse vicino qualcosa sulla vita, sulla voglia di divertirsi, sull’intensità e sulla bellezza. La sua morte è una perdita vera, grande, che merita di essere pianta fino in fondo.
Non c’è nulla di cui sentirsi in colpa. Non c’è nulla da rimuovere.
Il dolore, se non lo si combatte, se lo si lascia stare, se lo ascoltiamo, può diventare carburante. Voglia di continuare ad aiutare, di stare dentro le relazioni, di voler bene ancora ad altri animali, ad altre persone, alla vita.
Secondo me, il dolore serve. Secondo me, va sentito.
Chissà com’è invece il mondo, visto da te.
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Dal latino luctus, pianto. Non è una malattia, non è debolezza. È la risposta naturale e necessaria alla rottura di un legame.
Il termine tecnico è disenfranchised grief, coniato dallo psicologo Kenneth Doka. Indica quelle forme di dolore che la società non riconosce ufficialmente come legittime: il lutto per un animale, per un amico, per una relazione non dichiarata.
Quello che segue una morte improvvisa, inaspettata, violenta nella sua velocità. Non lascia spazio alla preparazione né all’addio. La mente cerca continuamente di completare qualcosa che non ha potuto concludere
Non significa “superare” nel senso di dimenticare o lasciare indietro. Significa integrare: portare con sé la perdita in modo che non blocchi la vita, ma ne faccia parte
Joan Didion lo descrive nel suo libro: quella fase del lutto in cui la mente, pur sapendo la verità, continua a costruire scenari alternativi. “Forse è stato un sogno.”
Il Post (2021). Secondo lo psicoterapeuta Robert Neimeyer, gli animali forniscono ciò che gli psicologi chiamano una "base sicura" in cui possiamo sentirci amati incondizionatamente e per questo la loro perdita può colpire in profondità quanto o più di quella di un essere umano. Un articolo di giornalismo scientifico accessibile e ben documentato.
Didion racconta l'anno che segue la morte improvvisa del marito, avvenuta una sera a tavola mentre rientravano dall'ospedale dove era ricoverata la figlia. Il libro è un'indagine lucida e spietata su come funziona davvero la mente in lutto, incluso quel pensiero magico che ci fa credere che forse, se non buttiamo le scarpe del defunto, qualcosa possa ancora cambiare. Un classico imprescindibile sulla morte improvvisa.
Recalcati esplora come il lutto si trasformi nel tempo, diventando nostalgia e poi , se il lavoro viene fatto , risorsa. Il titolo dice già tutto: come la luce di stelle esplose milioni di anni fa continua ad arrivare fino a noi, così chi abbiamo perso continua ad illuminare la nostra strada. Un punto di riferimento per chi vuole capire il lutto senza tecnicismi.
Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.