Fin Qui e non oltre

Soglie, stress e autocontrollo: quando un limite è un atto di cura

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Esiste una distanza silenziosa tra ciò che osserviamo e ciò che accade. Interpretiamo gesti come conferme, cerchiamo negli sguardi dei cani la verifica delle nostre intenzioni. Ma il linguaggio canino non è mai rivolto a noi come destinatari ultimi: attraversa la relazione per raggiungere altri obiettivi, altre necessità, altri corpi. Imparare a distinguere il messaggio dal suo vettore è un esercizio di umiltà percettiva.

C'è un gesto che torna, in certi momenti della vita, con la forza silenziosa di una scelta necessaria. Non è un rifiuto, non è una resa. È la traccia di un confine che si decide di onorare — per sé, per l'altro, per la relazione stessa.

Nella serie televisiva statunitense Columbo, trasmessa dalla NBC tra il 1971 e il 1978, c’è un episodio che si distingue dagli altri non solo per la sua qualità narrativa, ma per un dettaglio che attraversa l’intera storia come un filo rosso. L’episodio si intitola The ConspiratorsI cospiratori — e fu trasmesso il 13 maggio 1978, come ultimo capitolo della serie originale. Il personaggio antagonista si chiama Joe Devlin, interpretato da Clive Revill: è un poeta irlandese, uomo di grande cultura e di grande fascino, coinvolto in attività di finanziamento clandestino per l’IRA. Devlin ha un’abitudine precisa, rituale: quando beve il suo whiskey irlandese, prende l’anello che porta al dito, un anello con un diamante, e incide un segno sottile sul vetro del bicchiere. Quella riga è il suo limite. Fin lì arriverà, e non oltre. E’ autocontrollo deliberato, esercitato ogni volta come un atto di consapevolezza. L’ironia tragica della storia è che proprio quel segno, unico per il taglio specifico del suo diamante, diventerà la prova che lo incastrerà. L’ultima battuta dell’intero ciclo classico di Colombo appartiene all’ispettore Peter Falk che, replicando il gesto di Devlin sul bicchiere, dice: “This far, and no farther”. Fin qui, e non oltre. 


Ho ripensato a questa scena qualche tempo fa, durante una valutazione comportamentale. Davanti a me c’era un cucciolo di cinque mesi, arrivato dal sud Italia, ospitato da una settimana in una casa toscana. Un cucciolone, ancora pieno di possibilità, con quella particolare forma di energia incontenibile che appartiene ai cuccioli grandi — quelli che sembrano non rendersi ancora conto delle dimensioni che stanno raggiungendo. Era in chiaro stress emotivo. Lo si capiva da tutto: dal modo in cui cercava i cani presenti nel campo, dal bisogno di movimento, dalla timidezza selettiva con le persone, soprattutto con i maschi. Ma cercava anche il contatto, chiedeva aiuto alle figure per lui già di riferimento, si orientava. Un cane insicuro, non un cane pericoloso. Un cane in difficoltà, non un cane aggressivo per struttura o per storia consolidata. In due occasioni, nelle settimane precedenti, in contesto domestico, aveva avuto reazioni di difesa nei confronti di due componenti della famiglia. La famiglia si era spaventata, e comprensibilmente aveva pensato di riportarlo al rifugio. Poi aveva deciso di fare un’altra cosa: di cercare aiuto, di incontrarmi, di valutare la situazione con occhi diversi.


Quello che avevano vissuto e che capisco perfettamente, anche se lo guardo da una prospettiva professionale, è stato probabilmente un accumulo di tensione che il cucciolo non era riuscito a gestire diversamente. Cinque mesi di vita, un trasferimento radicale dal sud al nord, una struttura di rifugio, poi una casa nuova, persone nuove, regole nuove, odori nuovi, spazi nuovi. L’interno di quelle quattro mura domestiche aveva rappresentato per lui una pressione sociale più densa, più difficile da sostenere. La soglia di tolleranza si era abbassata, la frustrazione si era accumulata, e a un certo punto era uscita nel modo più diretto disponibile. Non è difficile da capire. È anzi uno dei meccanismi più documentati nell’etologia del comportamento: l’accumulo di arousal, la progressiva compressione dello spazio emotivo, la risposta reattiva come unico strumento ancora accessibile quando tutto il resto è stato già esaurito.


C’è però una cosa che mi ha colpito in quella famiglia, e che voglio nominare con cura. Loro si erano spaventati. Avevano smesso di sentirsi al sicuro. E questo è un fatto che merita di essere preso sul serio, senza minimizzarlo e senza trasformarlo in un giudizio nei confronti del cucciolo. La paura è un’emozione primaria, tra le più antiche dal punto di vista evolutivo — Jaak Panksepp, nelle sue ricerche sulle neuroscienze affettive, la colloca tra i sistemi emotivi fondamentali condivisi da tutti i mammiferi, umani e non umani, con le stesse radici neurochimiche, le stesse strutture sottocorticali. Quella famiglia non stava esagerando. Stava semplicemente rispondendo a qualcosa che aveva percepito come minaccia. E anche il cucciolo, nei giorni precedenti, stava rispondendo esattamente alla stessa cosa: alla percezione di non essere al sicuro, di non avere spazio, di non avere via d’uscita. La paura si era specchiata nella paura. Lo stress si era nello stress. Quello che avevano vissuto, senza saperlo, era la stessa esperienza emotiva, declinata in corpi e storie diverse.

«La paura è uno stato negativo del sistema nervoso, caratterizzato da preoccupazione apprensiva, nervosismo generale e tensione, che dice alle creature che la loro salvezza è in pericolo.»

C’è un altro aspetto che merita una piccola sosta, prima di andare avanti.

Alle volte è difficile per noi umani accettare che chi viene dopo non è chi è venuto prima. Che ogni individuo animale o umano porta con sé una storia irripetibile, un carattere proprio, una sensibilità specifica. Io stesso, nel corso degli anni, ho scelto di non prendere cani con dinamiche o caratteristiche simili a quelli che avevo avuto e che avevo perso. Non per mancanza di affezione verso certi tipi, ma per non cadere nella trappola della rappresentazione: quell’illusione sottile che si possa trovare nello sguardo di un altro la conferma di qualcosa che non c’è più. È un rischio reale, che si paga con la delusione e, a volte, con comportamenti distorti, costruiti su aspettative che appartengono a qualcuno che non è più lì.

Ogni cane che si accoglie è un universo di possibilità che non conosciamo ancora. Quella famiglia, forse, aveva immaginato un cucciolo diverso da quello che aveva davanti. Non per colpa, ma per la naturale proiezione che facciamo quando desideriamo qualcosa con intensità.

Quella famiglia, alla fine, aveva scelto di restare. Di dare al cucciolo altre possibilità, di sperimentare i cambiamenti suggeriti, di lavorare insieme. Ma con una condizione chiara, esplicitata senza ambiguità: altri episodi di reattività aggressiva verso i componenti del gruppo familiare non sarebbero stati accettati. Fin qui, e non oltre. 

Ho trovato quella posizione non solo comprensibile, ma giusta. È una soglia dichiarata, consapevole, presa nella piena responsabilità di chi conosce i propri limiti e li rispetta. Non è abbandono: è onestà. 

E l’onestà, in una relazione educativa con un animale, è forse il dono più importante che possiamo offrire.

La nostra società porta i segni visibili di una cultura che fatica a riconoscere i limiti del comportamento come valori, e non come debolezze. In Italia, i dati sull’escalation della violenza nelle relazioni di coppia raccontano una storia che non dovrebbe essere possibile ignorare: nel 2024, secondo i dati ISTAT, gli accessi ai pronto soccorso per violenza contro le donne hanno raggiunto quota 19.518, con un aumento del 15,2% rispetto all’anno precedente, in una curva di crescita che dura ininterrottamente da otto anni. Nella stragrande maggioranza dei casi — circa il 74% — la violenza avviene tra le mura domestiche, lo stesso contesto chiuso e pressurizzato in cui quel cucciolo di cinque mesi aveva accumulato la sua tensione. Non è una metafora che voglio stirare oltre il necessario, ma l’analogia dice qualcosa di vero: la pressione senza uscita, la frustrazione senza nome, la paura che non trova ascolto producono reazioni. 

Sempre. In tutti i mammiferi.

Quello che spinge a non tracciare il segno sul bicchiere in una relazione tra esseri umani è spesso un insieme di fattori culturali potenti: la normalizzazione progressiva di comportamenti che avrebbero dovuto segnalare allarme fin dal primo episodio, la difficoltà di riconoscere che una spinta, un urlo, un gesto di controllo non sono incidenti isolati ma possono essere i primi segnali di qualcosa di più grande che si sta installando nella relazione. La ricercatrice e psicologa Lenore Walker ha descritto decenni fa il cosiddetto ciclo della violenza, con le sue fasi di tensione, esplosione e riconciliazione, mostrando quanto sia sistematico e prevedibile ciò che viene invece spesso narrato come raptus improvviso. Non è un raptus. È un accumulo. Esattamente come lo era quello del cucciolo. La differenza è che una persona adulta in una relazione di potere asimmetrica, in un contesto sociale che ha radici patriarcali profonde, dispone di strumenti di negazione, razionalizzazione e minimizzazione che un cucciolo di cinque mesi non ha. 

Il cucciolo mostra. L’essere umano, troppe volte, nasconde, a sé stesso prima che agli altri.

Riconosco che tracciare un confine chiaro in una relazione affettiva, siano umani o animali i soggetti coinvolti, richiede una forma particolare di coraggio. La capacità di rimanere fedeli a un limite anche quando l’emozione del momento, la tenerezza, il senso di colpa, il desiderio di credere che non succederà più, spinge verso la cancellazione di quella riga sul bicchiere. 

Devlin aveva il suo anello di diamante. Quella famiglia aveva la sua soglia dichiarata. 

Ognuno di noi, in qualsiasi relazione si trovi, con un animale, con un partner, con se stesso, porta in tasca uno strumento simile. La domanda è se abbiamo il coraggio di usarlo, e se riconosciamo il momento in cui farlo.

"L'abuso è un problema di valori, non di psicologia."

Glossario Meditativo

soglia

Non è un muro, né una porta chiusa. È il punto esatto in cui una situazione cessa di essere sostenibile e diventa qualcos’altro.

accumulo di tensione

I comportamenti reattivi raramente nascono dal nulla. Sono il risultato visibile di una storia interna fatta di piccole compressioni successive, di spazio emotivo che si riduce fino a scomparire.

aspettativa

Tendiamo a vedere negli altri, animali o umani, ciò che ci aspettiamo di vedere. Questo meccanismo ci protegge dall’incertezza, ma ci impedisce di incontrare davvero chi abbiamo davanti.

autocontrollo

Non è repressione, né assenza di emozione. È la capacità di scegliere come rispondere a un impulso, invece di esserne trascinati. 

limite

Un confine che viene esplicitato è un atto di rispetto verso sé stessi e verso l’altro. Non segnalare un limite non produce armonia: produce ambiguità, poi tensione, poi rottura. 

Suggerimenti alla lettura

Jaak Panksepp e Lucy Biven - Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane

Un testo fondamentale per chiunque voglia capire cosa sono davvero le emozioni — non come sovrastrutture psicologiche, ma come sistemi biologici antichi, condivisi tra le specie.

Lundy Bancroft - Uomini che maltrattano le donne. Come riconoscerli e cosa fare per difendersi

Bancroft è consulente giudiziario e responsabile per oltre vent'anni di programmi di riabilitazione per uomini violenti negli Stati Uniti. Questo libro lavora direttamente sui meccanismi che rendono invisibile l'escalation: come i comportamenti violenti vengano normalizzati, minimizzati, razionalizzati, sia da chi li agisce sia da chi li subisce.

AUTORE

federico

Chi sono

Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.

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