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Esiste una distanza silenziosa tra ciò che osserviamo e ciò che accade. Interpretiamo gesti come conferme, cerchiamo negli sguardi dei cani la verifica delle nostre intenzioni. Ma il linguaggio canino non è mai rivolto a noi come destinatari ultimi: attraversa la relazione per raggiungere altri obiettivi, altre necessità, altri corpi. Imparare a distinguere il messaggio dal suo vettore è un esercizio di umiltà percettiva.
La scena è semplice, quasi banale nella sua quotidianità. Accanto alla mia compagna, un cane riceve cure: spazzola, mani che sistemano il pelo, attenzione dedicata. Io sono a pochi passi, seduto, disponibile ma non coinvolto. È in quel momento che l’altra cagna si avvicina. Poggia una zampa sulla mia gamba. La accarezzo. Lei si lascia toccare, annusa la mia mano, torna con il muso, cerca ancora contatto. È un momento leggero, tenero persino. Una piccola intimità che interpreto — come è naturale fare — come richiesta di relazione. Mi sembra di essere visto, cercato. Poi mi alzo, per fare qualcosa. E lei, senza un attimo di esitazione, senza nemmeno guardarmi, si dirige verso la mia compagna e si inserisce tra lei e l’altro cane, con decisione, senza conflitto ma con chiarezza d’intento.
In quel gesto tutto cambia. Quello che mi era sembrato un momento di attenzione nei miei confronti si rivela per ciò che probabilmente era: una richiesta di passaggio. Non cercava me, cercava accesso. Non voleva la mia vicinanza, voleva la mia funzione: spostarmi, farmi diventare uno strumento per raggiungere chi realmente le interessava. Ai suoi occhi, forse, io ero semplicemente qualcuno da coinvolgere per ottenere ciò che desiderava: l’attenzione della mia compagna, la possibilità di interrompere quella cura esclusiva rivolta a un altro, di riportare su di sé lo sguardo che in quel momento le mancava.
Non c’è inganno in questo. Non c’è manipolazione nel senso umano del termine. C’è invece una logica relazionale complessa, che noi tendiamo a non vedere perché interpretiamo i comportamenti canini come se fossero rivolti a noi in quanto persone, come se il cane agisse per noi, quando invece agisce attraverso noi. La distinzione è sottile, ma decisiva. Il cane non mente: semplicemente usa il mondo, e noi facciamo parte di quel mondo. Usa le risorse disponibili — un corpo, una mano, una presenza — per ottenere ciò che gli serve in quel contesto. La zampa posata sulla gamba, l’annusare, il cercare il contatto: tutto questo non è falso, ma nemmeno è rivolto a noi come soggetti affettivi. È rivolto a noi come elementi di un sistema relazionale più ampio, in cui ciò che conta non è il singolo gesto, ma la catena di conseguenze che quel gesto può innescare.
Questa differenza tra messaggio e vettore del messaggio è il cuore di molti fraintendimenti nella relazione con i cani. Noi tendiamo a leggere i loro comportamenti come se fossero intenzionalmente comunicativi verso di noi, come se ogni gesto fosse una dichiarazione rivolta alla nostra coscienza. Ma il comportamento canino è situato: risponde a necessità immediate, a dinamiche sociali, a equilibri di gruppo, a stati emotivi che cambiano rapidamente. Il cane non ci sta dicendo qualcosa a noi: sta facendo qualcosa nel contesto, e noi siamo parte di quel contesto, non il suo centro.
Questo non significa che i cani non comunichino. Al contrario: comunicano costantemente, con una precisione e una ricchezza che spesso sottovalutiamo. Ma comunicano tra loro, comunicano con l’ambiente, comunicano con il proprio corpo. E quando comunicano con noi, lo fanno dentro una grammatica che non è quella del linguaggio simbolico umano, ma quella del comportamento adattativo: fanno ciò che funziona, ripetono ciò che ha prodotto un risultato, evitano ciò che ha generato disagio. Non c’è retorica, non c’è metafora. C’è funzione.
Il problema nasce quando noi, osservatori umani, proiettiamo sui loro gesti le nostre categorie interpretative. Vogliamo vedere amore dove c’è ricerca di stabilità. Vogliamo vedere richiesta di affetto dove c’è gestione di una tensione sociale. Vogliamo vedere fedeltà dove c’è semplicemente preferenza situata, legata a chi offre maggiore prevedibilità, minor conflitto, miglior regolazione emotiva. Non è che i cani non provino emozioni profonde, non è che non costruiscano legami: è che quei legami non hanno la forma narrativa che noi attribuiamo loro. Sono legami incarnati, processualmente costruiti, che si esprimono attraverso prossimità, sincronia, regolazione reciproca. Non attraverso gesti simbolici che dichiarano intenzioni.
"L'animale non è povero di mondo: semplicemente non ha mondo, perché è totalmente assorbito nel suo ambiente."
Agamben
Riconoscere questo non significa svalutare la relazione. Significa, al contrario, restituirle dignità. Perché se smetto di cercare nel cane la conferma delle mie aspettative, posso finalmente vedere ciò che il cane sta realmente facendo. E ciò che sta facendo è spesso molto più complesso, molto più intelligente, molto più relazionalmente sofisticato di quanto io avessi immaginato. Quella cagna che si è inserita tra la mia compagna e l’altro cane non stava “usando” me in modo cinico: stava risolvendo una situazione che per lei era rilevante. Stava gestendo una dinamica di gruppo. Stava esprimendo una necessità — essere inclusa, non restare ai margini dell’attenzione — attraverso gli strumenti che aveva a disposizione. E io ero uno di quegli strumenti.
Accettare questo significa accettare di non essere sempre il destinatario finale del comportamento del cane. Significa accettare che la relazione non è una linea retta tra me e lui, ma una rete di interazioni in cui io sono un nodo, non il centro. Significa smettere di aspettarsi che il cane ci “parli” come se fossimo interlocutori privilegiati, e iniziare a osservare come il cane agisce nel mondo, incluso il mondo che noi abitiamo insieme a lui.
Questa consapevolezza cambia il modo in cui interpretiamo i comportamenti. Quando un cane ci cerca, non ci stiamo chiedendo più solo “cosa vuole da me?”, ma “cosa sta cercando di ottenere, e come sto facilitando o ostacolando quel processo?”. Quando un cane evita un contatto, non ci chiediamo “non mi vuole bene?”, ma “cosa in questa situazione lo mette in difficoltà, e come posso modificare il contesto per renderlo più sostenibile?”. Quando un cane ripete un comportamento che a noi sembra inutile o fastidioso, non ci chiediamo “perché è testardo?”, ma “quale funzione ha questo comportamento per lui, e cosa ho rinforzato senza accorgermene?”.
Tutto questo richiede un’abilità che raramente coltiviamo: la capacità di decentrarsi. Di uscire dalla propria prospettiva per provare a vedere il mondo dal punto di vista del cane, non in modo antropomorfo — immaginando cosa noi penseremmo al suo posto — ma in modo etologico: considerando quali sono le sue necessità biologiche, sociali, emotive, quali sono le sue capacità percettive, quali sono i suoi limiti cognitivi, quali sono i suoi apprendimenti storici. Un cane non vive nel tempo narrativo che noi abitiamo. Non pianifica il futuro nei termini in cui lo facciamo noi, non ricorda il passato come una storia con un senso compiuto. Vive in un presente denso, carico di tracce passate e di anticipazioni immediate, ma sempre ancorato alla situazione concreta.
E in quella situazione concreta, noi siamo una presenza tra le altre. Importante, certo. Spesso centrale, nella vita di un cane che vive con noi. Ma non unica. Non esclusiva. Non totale. Il cane ha altri interessi, altre necessità, altre relazioni. Ha un corpo che chiede movimento, esplorazione, contatto con superfici diverse. Ha un naso che chiede informazioni, tracce, conferme olfattive del mondo. Ha un sistema sociale che chiede appartenenza, ma anche autonomia; vicinanza, ma anche distanza; cooperazione, ma anche negoziazione. E tutto questo si esprime attraverso comportamenti che noi dobbiamo imparare a leggere non come messaggi rivolti a noi, ma come azioni situate in un campo relazionale complesso.
Quando riusciamo a fare questo spostamento — da “cosa mi sta dicendo?” a “cosa sta facendo, e perché?” — la relazione cambia. Diventa meno ansiogena, perché non cerchiamo più costantemente conferme. Diventa meno frustrante, perché non interpretiamo più ogni comportamento come una valutazione della nostra competenza o del nostro affetto. Diventa più leggera, perché accettiamo che il cane non è lì per soddisfare i nostri bisogni di riconoscimento, ma per vivere la propria vita, e noi siamo chiamati a rendere quella vita sostenibile, interessante, emotivamente regolata.
Quello che i cani dicono sempre, in fondo, è semplice: “Sto facendo ciò che ha senso per me, ora, qui, con quello che so e che sento”. E noi, troppo spesso, traduciamo quel “fare” in un “dire rivolto a noi”, perdendo la complessità, la ricchezza, la bellezza di un comportamento che non ha bisogno di essere interpretato come dichiarazione d’amore per essere riconosciuto come relazione.
"Forse l'intimità non è ciò che pensiamo di condividere, ma ciò che accettiamo di non comprendere completamente nell'altro."
Maggie Nelson
Ciò attraverso cui un messaggio passa, che non coincide con il contenuto del messaggio. Distinguere vettore e contenuto significa non proiettare intenzioni dove ci sono strategie.
Uscire dalla propria prospettiva per considerare il punto di vista dell’altro etologicamente. Non “cosa penserei io”, ma “cosa può fare lui, dato ciò che è”
Ogni comportamento risponde a una necessità. La funzione non è ciò che sembra comunicare, ma ciò che ottiene.
Il cane vive un presente carico di tracce passate e anticipazioni immediate, sempre ancorato al qui e ora. Non esiste pianificazione narrativa.
Una relazione è processo dentro contesti specifici, non entità astratta. Esistono infinite relazioni che cambiano momento per momento.
Un testo filosofico denso, ma necessario per interrogare la separazione tra umano e animale. Agamben ci aiuta a riconoscere che molte delle nostre difficoltà nel comprendere i cani derivano da categorie concettuali che escludono a priori la loro soggettività.
Un libro sulla fluidità delle relazioni, sulla difficoltà di definire ciò che cambia costantemente. Nelson ci mostra come le categorie che usiamo per descrivere i legami siano spesso inadeguate rispetto alla complessità del vissuto. Una lezione applicabile anche alla relazione con il cane.
Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.