“Ovvero: cosa ci insegnano i cani che non si intromettono su autonomia, motivazione e il costo dimenticato dell’impulsività”
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In quasi sedici anni di lavoro con i cani, ho incontrato raramente un cane capace di farsi davvero i fatti propri. È una capacità che, più passa il tempo, più mi sembra preziosa: non una mancanza di interesse, non indifferenza, ma una forma di intelligenza relazionale sottile e silenziosa. Questo articolo è il tentativo di capire da dove viene quella capacità, e perché così pochi cani — e così pochi esseri umani — riescono a coltivarla. attraversa la relazione per raggiungere altri obiettivi, altre necessità, altri corpi. Imparare a distinguere il messaggio dal suo vettore è un esercizio di umiltà percettiva.
"Due cani che giocano a trenta o quaranta metri di distanza possono essere, nella percezione sensoriale ed emotiva di un terzo cane, vicinissimi."
Partiamo da un’osservazione concreta, che chiunque viva con più di un cane avrà fatto almeno una volta: appena ti muovi, i cani ti seguono. Ti siedono accanto se ti siedi, ti raggiungono in giardino se esci, vogliono sapere con chi parli dalla finestra, devono essere i primi ad arrivare al cancello quando suona il campanello. E se due cani stanno giocando tranquilli in un angolo, è probabile che arrivi il terzo e cerchi di infilarsi nel mezzo. Tutto questo sembra simpatico. Anzi, a molti sembra affetto. E in parte lo è. Ma è anche qualcos’altro.
Quando dico che un cane “si fa i fatti degli altri”, sto usando una categoria umana che il cane non possiede. Il cane non si chiede se stia invadendo uno spazio altrui, non si interroga sulla propria invadenza. Quello che fa è rispondere a una percezione dello spazio relazionale che lui vive come prossimo a sé, come rilevante.
Due cani che giocano a trenta o quaranta metri di distanza possono essere, nella percezione sensoriale ed emotiva di un terzo cane, vicinissimi; possono sembrare, per quella sensibilità, qualcosa che riguarda direttamente il suo mondo. E da lì nasce un impulso a intervenire.
Questo impulso ha un nome tecnico nell’etologia: motivazione.
Non nel senso in cui lo usiamo nel linguaggio comune, dove “motivazione” evoca entusiasmo, volontà, energie interiori.
No.
La motivazione, in senso etologico, è uno stato interno che aumenta la probabilità che un certo comportamento venga emesso in risposta a determinati stimoli. È una disposizione, non una scelta consapevole.
È qualcosa che accade nel corpo prima che nella mente riflessiva, parte di una gerarchia di sistemi comportamentali, Panksepp in seguito la individua come parte radicata nei sistemi emotivi primari del cervello ( SEEKING, RAGE, FEAR, PLAY, CARE ), strutture profonde, evolutivamente antichissime, condivise tra mammiferi. Quando un cane sente lo stimolo giusto e il sistema motivazionale corrispondente si attiva, il comportamento emerge quasi naturalmente, come acqua che trova una crepa.
Ora, le motivazioni che spingono un cane a intromettersi negli affari altrui possono essere molto diverse tra loro, ed è importante non confonderle. C’è la motivazione sociale, il bisogno di contatto, di prossimità, di far parte di ciò che accade: è il cane che ti segue in ogni stanza perché stare vicino è il suo modo di stare al sicuro, di sentirsi parte di qualcosa. C’è la motivazione legata all’insicurezza, uno stato di allerta cronico che porta il cane a monitorare costantemente l’ambiente, a interrompere dinamiche che percepisce come potenzialmente destabilizzanti, a cercare calma intorno a sé come unico modo per ottenerla dentro di sé. E poi c’è qualcosa di più specifico, più radicato geneticamente: la motivazione gestionale e di controllo, che non è presente in tutti i cani ma in alcuni è potente, strutturale, difficile da ignorare.
Pensate ai cani da pastore — non solo border collie, ma anche molti pastori continentali — e alla loro tendenza a radunare, dirigere, contenere: non è un capriccio né una sovrapposizione simbolica, è un sistema motivazionale selezionato in secoli di lavoro collaborativo con gli esseri umani, che orienta la percezione dello spazio, delle distanze, dei movimenti degli altri. Quel cane non “decide” di controllare: sente uno stimolo che attiva un sistema, e il sistema produce un comportamento. La stessa dinamica, meno riconosciuta ma altrettanto presente, si ritrova in molti cani terrier, staffordshire, pit bull, dove il bisogno di controllare l’intensità dell’interazione, di essere al centro, di regolare il ritmo degli scambi, è qualcosa che affiora costantemente e che, se non riconosciuto, viene facilmente frainteso come aggressività quando è, più semplicemente, un orientamento motivazionale verso la gestione dello spazio sociale.
Anche in cani meno “tipici” da questo punto di vista si incontrano dinamiche simili: nel GordonSetter, per esempio, è documentata una marcata propensione al controllo ambientale che spesso sorprende chi si aspetta un cane da caccia rilassato e passivo.
"La motivazione, in senso etologico, è uno stato interno che aumenta la probabilità che un certo comportamento venga emesso in risposta a determinati stimoli. È una disposizione, non una scelta consapevole."
Tutto questo, intendiamoci, non è sbagliato in sé. Quei cani che intervengono tra due cani in conflitto, che tagliano, spingono, ammorbidiscono le dinamiche, ci fanno un favore enorme, soprattutto quando la convivenza è complessa. Vengono ammirati, e giustamente. Ma c’è un costo: ogni intervento su dinamiche altrui, ogni irruzione nello spazio relazionale degli altri, mantiene e rinforza quel sistema motivazionale. Il cane che gestisce impara a gestire sempre di più.
La sua finestra di tolleranza si restringe, il suo raggio di interesse si amplia, il suo sistema nervoso resta in uno stato di attivazione che, col tempo, diventa faticoso da sostenere.
Ed è qui che, dopo anni, ho cominciato ad ammirare profondamente i cani che fanno l’opposto. Quelli che non vengono. Quelli che, quando due cani si scambiano qualcosa che non li riguarda, restano dove sono. Quelli che, quando arrivi a casa, ti guardano da lontano e poi tornano a quello che stavano facendo. Non perché siano freddi, non perché manchino di vitalità: ma perché hanno sviluppato una capacità rara, sanno che non tutto li riguarda. Sanno che possono lasciare accadere senza dover intervenire.
Ho incontrato questa qualità principalmente in cani con una storia particolare: cani semi-selvatici, ex randagi, cani che hanno vissuto in contesti dove l’impulsività aveva un costo reale e immediato. Cani che hanno imparato, non in modo astratto ma nel corpo, che certi comportamenti producono conseguenze e che quelle conseguenze possono essere dure. Si tratta di cani che hanno sviluppato la capacità di non agire, di sostenere lo stimolo senza rispondervi automaticamente. Una pausa tra la percezione e la risposta.
Quella pausa è cognizione.
Perché i cani che si fanno i fatti propri sono, quasi sempre, i più cognitivi. Sono quelli che osservano prima di agire, che calcolano le conseguenze delle proprie azioni. Sono quelli che si allontanano dai conflitti non perché abbiano paura, ma perché li hanno già valutati e hanno deciso che non ne vale la pena. Vivono meno intensamente? Forse. Ma vivono meglio: meno montagne russe emotive, meno attivazioni inutili, meno rischi accumulati. Sono i cani con cui puoi girare più liberamente, proprio perché non si buttano in mezzo a ogni cosa. Sono quelli che invecchiano con più serenità.
C’è anche qualcosa che assomiglia, con tutta la cautela che questa parola richiede, a una forma di maturità. Molti dei cani ipercontrollanti, che a cinque o sei anni continuano a buttarsi nella mischia come cuccioli, sembrano non essere mai diventati adulti. E forse non è solo colpa loro. A noi piacciono i cani bambini, i cani entusiasti, i cani che ci cercano sempre. Non abbiamo molta pazienza per i cani distaccati, autonomi, che hanno bisogno di noi ma non dipendono da noi. Eppure sono proprio quei cani, i più autonomi, quelli che si fanno i fatti propri, che ci lasciano liberi di essere quello che vogliamo essere. E che, nel farlo, sono liberi di essere quello che sono.
È più bello, allora, vivere con qualcuno che ti controlla ogni movimento, che ha bisogno di sapere sempre, che interviene sempre? O non è forse più bello e più onesta quella libertà reciproca in cui ognuno occupa il suo spazio?
"A noi piacciono i cani bambini, i cani entusiasti, i cani che ci cercano sempre. Non abbiamo molta pazienza per i cani distaccati, autonomi, che hanno bisogno di noi ma non dipendono da noi."
In etologia, la motivazione non è un’energia interiore da risvegliare, ma uno stato fisiologico che aumenta la probabilità di certi comportamenti in risposta a certi stimoli.
Il bisogno, in senso etologico, è uno stato di tensione interna prodotto da un deficit o da un eccesso percepito rispetto a una condizione di equilibrio. .
Il controllo, nel comportamento dei cani, non è sempre sinonimo di dominanza né di aggressività. È spesso un sistema motivazionale selettivo, presente in certe linee genetiche, che orienta il cane a monitorare e regolare spazi, distanze e dinamiche sociali.
La capacità di non agire di fronte a uno stimolo rilevante non è passività né paura: è una competenza cognitiva e affettiva di alto livello. Nei cani, si sviluppa attraverso l’esperienza, la maturità e contesti in cui l’impulsività ha avuto conseguenze reali.
L’autonomia nel cane non significa indipendenza assoluta né distacco: significa capacità di stare, di aspettare, di non intervenire quando non è necessario.
Un testo che ha avuto il coraggio, nel momento in cui era ancora accademicamente impopolare farlo, di prendere sul serio la vita emotiva degli animali. Masson e McCarthy non dimostrano che gli animali "provano sentimenti come noi", ma mostrano che negarlo sistematicamente è una scelta ideologica, non scientifica.
Horowitz è ricercatrice in scienze cognitive e alleva cani: un'accoppiata rara. Il libro ricostruisce con rigore e leggerezza come il cane percepisce il proprio mondo, a partire dai sensi e non dalle proiezioni umane. Leggendolo, si capisce perché due cani che giocano lontani possano essere, per un terzo cane, già troppo vicini.
Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.