Scrivimi ed io ti mando un invito per il mio canale whatsapp, troverai aggiornamenti e notifiche per nuovi articoli.
Esiste una distanza silenziosa tra ciò che osserviamo e ciò che accade. Interpretiamo gesti come conferme, cerchiamo negli sguardi dei cani la verifica delle nostre intenzioni. Ma il linguaggio canino non è mai rivolto a noi come destinatari ultimi: attraversa la relazione per raggiungere altri obiettivi, altre necessità, altri corpi. Imparare a distinguere il messaggio dal suo vettore è un esercizio di umiltà percettiva.
"Il passato è depositato sul suolo, il presente si misura in variazioni molecolari impercettibili all'uomo, il futuro arriva già nel vento prima che i nostri occhi lo vedano."
Durante una sessione di body scan, la pratica meditativa che consiste nel portare l’attenzione, in modo progressivo e consapevole, attraverso tutte le regioni del corpo, dai piedi fino alla sommità del capo, accade qualcosa che chi pratica la mindfulness conosce bene e che raramente viene discusso apertamente: il corpo risponde, e non sempre in modo neutro. Chiedere come sento i piedi, come sento le ginocchia, come sento il petto può riaprire qualcosa. Una vecchia cicatrice che torna a farsi sentire, una tensione che si era sedimentata e che, nominata, si risveglia. E da quel risveglio emerge, molto spesso, non solo una sensazione fisica ma una catena: la percezione di qualcosa, la sensazione che ne consegue, e poi quasi inevitabilmente l’emozione.
L’emozione non è un sentimento.
È utile tenere questa distinzione presente, perché senza di essa molti ragionamenti sull’educazione rischiano di essere imprecisi. Il sentimento è già elaborato: è la coscienza di un’emozione, la sua decodifica narrativa, il momento in cui diciamo a noi stessi “sto provando tristezza” o “questa situazione mi fa paura”. L’emozione, invece, è anteriore. È un’ondata fisiologica prodotta dal sistema limbico una struttura nervosa profonda, evolutivamente antica, che condividiamo con tutti i mammiferi, prima che il pensiero abbia il tempo di intervenire. Negli esseri umani sono state riconosciute e studiate decine di stati emotivi distinti: dalla gioia alla paura, dalla rabbia al disgusto, dalla sorpresa alla vergogna, fino a sfumature più complesse come il disprezzo, l’invidia, la nostalgia, il rimpianto. Ognuna di queste ha una firma corporea precisa: cambiamenti nella frequenza cardiaca, nella tensione muscolare, nell’attività dei sistemi ormonali.
Il corpo non mente mai riguardo all’emozione, perché l’emozione è, prima di ogni cosa, un evento biologico.
I cani hanno un sistema limbico, una corteccia cerebrale, un sistema nervoso autonomo. Jaak Panksepp, neuroscienziato e pioniere degli studi sull’affettività animale, ha identificato nei mammiferi sistemi emotivi primari, Paura, Rabbia, Ricerca, Gioco, Cura, Lussuria, Panico/Dolore sociale, che funzionano in modo analogo a quelli umani, pur in assenza del livello di elaborazione cognitiva e linguistica che caratterizza la nostra specie. Non si tratta di antropomorfizzazione ingenua: strutture omologhe producono stati funzionalmente simili.
Non sappiamo con certezza cosa prova un cane, ma sappiamo che prova qualcosa, e che quel qualcosa ha una base neurologica reale.
Tornando alla stanza dove si pratica il body scan: qualcuno vuole interrompere la pratica. Qualcuno prova rabbia, resistenza, un’avversione che sembra sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo. La risposta della mindfulness a questi momenti non è di ignorare il disagio né di sopraffare l’emozione con tecniche di gestione. È invece di riconoscerla, di darle spazio senza esserne travolti, e poi di riprendere la pratica. Non si evita, non si combatte: si riconosce e si continua. Questo gesto piccolo, discreto, è probabilmente uno degli apprendimenti più profondi che un essere umano possa fare su se stesso.
Ed è esattamente ciò che ho cercato di fare con i cani per tutti questi anni.
"Il tempo non è una categoria astratta imposta dall'esterno, ma un evento biologico prodotto dal sistema nervoso — reale, variabile, diverso da specie a specie."
Non ho mai preteso che un cane non sentisse la paura di fronte a qualcosa di improvviso e inatteso. Non ho mai creduto che l’obiettivo educativo fosse l’assenza di reazione emotiva. Questo non sarebbe educazione. Quello che mi sono proposto, invece, e che continuo a sperimentare ogni giorno, è qualcosa di più sottile e più difficile: dare al cane la possibilità di sentire l’emozione, riconoscerla nel proprio corpo, e poi riprendere la pratica. La pratica di camminare. Di annusare. Di stare nel mondo.
Il punto centrale di questo processo, però, non è la tecnica. È il tempo.
Non il tempo come concetto astratto, ma come materia viva dell’esperienza. Il tempo nei cani non funziona come funziona negli umani, e questa non è solo un’intuizione: è una conseguenza logica della loro biologia. Un cane non indossa un orologio, certo, ma soprattutto struttura il proprio senso del tempo attraverso segnali sensoriali, l’odore che cambia nel corso della giornata, il rumore del traffico che si fa più denso, l’aria che si muove in modo diverso all’avvicinarsi della sera, più che attraverso categorie numeriche e culturali come le ore, i minuti, i turni di lavoro. Alexandra Horowitz ha descritto come per un cane gli odori siano letteralmente una mappa temporale: il passato è depositato sul terreno, il futuro arriva dal vento, il presente si misura in variazioni infinitesimali di concentrazione molecolare.
Il loro tempo è olfattivo, sensoriale, corporeo.
Nei momenti di altissima attivazione predatoria o emotiva, la percezione sembra subire una dilatazione. Gli studiosi della percezione animale hanno osservato che alcune specie elaborano le informazioni sensoriali a velocità molto superiori rispetto agli umani, soprattutto in condizioni di pericolo o eccitazione intensa. Per un predatore in fase di inseguimento o allerta, ogni frazione di secondo può contenere un volume enorme di informazioni: il movimento di un arto, una variazione di odore, il micro-cambiamento della postura di una preda. Non è un caso che questo tipo di percezione dilatata compaia anche nelle testimonianze umane di situazioni di pericolo o di stress acuto: il tempo sembra rallentare. Il sistema nervoso, in quei momenti, processa più velocemente.
Questo vuol dire che il cane che abbaia contro una bicicletta che passa non sta semplicemente “reagendo male”. Sta sperimentando, in una frazione di secondo, l’attivazione di una catena percettivo-emotiva che è biologicamente analoga a quella che abbiamo descritto nel body scan: percezione dello stimolo, risposta corporea, emozione. E quell’emozione, paura, eccitazione, rabbia difensiva, è reale, intensa, e molto difficile da gestire senza allenamento.
L’allenamento che ho trovato più efficace in sedici anni di lavoro non è fatto di tecniche di controllo né di rinforzi condizionati applicati a freddo. È fatto di tempo di esposizione. Non esposizione massiva e coercitiva, questo sarebbe flooding, e produce danni, ma esposizione controllata, a distanza di sicurezza, in condizioni in cui l’animale possa sentire l’attivazione emotiva senza essere sopraffatto da essa.
Il punto è permettere al cane di stare in quella soglia: sentire l’emozione, non essere travolto, e poi tornare alla pratica. Ogni volta che questo accade l’animale sta imparando qualcosa di fondamentale: che le emozioni sono tollerabili.
Che non sempre travolgono tutto.
E qui il parallelo con la mindfulness diventa quasi imbarazzante per la sua precisione.
Il problema, però, è il nostro tempo. Il tempo umano, contemporaneo, frammentato. Una giornata di appuntamenti al minuto, di messaggi da rispondere, di spostamenti calcolati tra un obbligo e l’altro. Questo non è il tempo dell’educazione emotiva. Non è il tempo in cui un essere vivente può imparare a stare nella propria emozione senza esserne spazzato via. Il tempo lento, il tempo di esposizione, il tempo che lascia margine alla percezione e alla sua elaborazione, è una risorsa rara e preziosa. Trattarla come tale non è un lusso spirituale: è una condizione necessaria perché qualcosa di reale possa avvenire.
Chi non ha tempo non può allenare la tolleranza emotiva. Né nei cani, né in se stesso.
La mindfulness non è una tecnica di gestione delle emozioni: è la capacità di stare in ciò che accade — dolore, paura, resistenza — senza esserne travolti e senza cercare di farlo sparire.
Risposta biologica, rapida e involontaria, prodotta dal sistema limbico prima che il pensiero possa intervenire.
Pratica meditativa che consiste nel portare l’attenzione progressivamente attraverso il corpo, zona per zona.
In educazione cinofila, la durata durante la quale un cane viene mantenuto in prossimità di uno stimolo emotivamente attivante, a distanza di sicurezza.
Il confine mobile tra attivazione gestibile e sopraffazione. Non è un punto fisso: cambia con il contesto, la storia, il livello di stanchezza, la qualità della relazione.
Insieme di strutture cerebrali profonde, evolutivamente antiche e condivise da tutti i mammiferi, responsabili della generazione degli stati emotivi primari.
Il testo fondativo della mindfulness in occidente, scritto dal fondatore del programma MBSR. Non è un manuale tecnico: è un'esplorazione del rapporto tra attenzione, corpo e presenza.
Un neuroscienziato che studia come il senso del tempo sia prodotto dal cervello, non dato a priori dalla realtà. Il libro mostra che la percezione temporale è biologica, variabile, e profondamente diversa da specie a specie.
Con più di dieci anni di esperienza so da tempo che molti pensano e affermano di lavorare con approccio cognitivo relazionale, purtroppo non è così. Molto spesso si tratta solo di una affermazione vuota che non è supportata dai fatti. Lavorare proponendosi di restare coerenti con questo approccio significa per prima cosa non avere protocolli, riconoscere la assoluta individualità di ogni caso, cane e famiglia. In secondo caso non cedere alle lusinghe e facilitazioni della obbedienza, che molti mascherano come apprendimento per il cane, ma che in definitiva è la cancellazione della sua personalità, della sua volontà. Certo il tutto fatto con gentilezza e generosa offerta di cibo, ma resta pur sempre un comportamento impositivo di un individuo su di un altro. Infine ma non ultimo il Tempo, tempo per capire e cambiare. Anche per il cane è necessario che si riesca a trovare del tempo perché capisca le nostre intenzioni, tempo per organizzare nuove risposte e soluzioni. Tempo perché possa emergere dal profondo della coscienza una nuova via, un diverso modo di relazionarsi con noi e con l’ambiente.